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Lo smart working diventa un diritto (per necessità).

Maggio 13, 2020
Huffington Post

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Finalmente, si dirà. Lo smart working diventa un diritto. Nell’ultima bozza del Decreto Rilancio si stabilisce che fino a fine anno i lavoratori di aziende private con almeno un figlio under 14 avranno diritto al lavoro agile, purché compatibile con la loro attività, anche senza accordi individuali. E, qualora il datore non li fornisca, potranno utilizzare anche computer o dispositivi informatici personali. Diritto per necessità. Un bel traguardo, certo. I vantaggi del lavoro agile – che sarà una delle colonne portanti della fase due, quella della convivenza col virus e del distanziamento sociale prolungato – sono sotto gli occhi di tutti e infatti colossi come Google e Facebook hanno deciso di consentire ai propri dipendenti in grado di lavorare in remoto di continuare a farlo fino alla fine del 2020. Con lo smart working – che dovrebbe comunque essere regolato da parametri precisi – si sta vicini anche stando lontani e quella riunione coi colleghi di Milano si fa da remoto comodamente seduti sul divano di casa, si evita il traffico per raggiungere l’ufficio e l’incontro coi colleghi fastidiosi, si ha maggiore libertà nei tempi di gestione del lavoro. Sennonché, considerando la situazione del nostro Paese, viene da chiedersi se questa modalità di lavoro non sia piuttosto una necessità per tanti italiani. Costretti in casa anche adesso che le restrizioni da lockdown si stanno progressivamente allentando, tantissimi alle prese con i figli che non torneranno a scuola prima di settembre e scarsamente sostenuti dal Governo che, ancora nel decreto Rilancio – oltre al rifinanziamento dei voucher baby sitter, ai congedi parentali al 50% e ai 150 milioni di euro per potenziare i centri estivi – non ha previsto granché per supportare le famiglie. Lavorare da casa diventa così l’unica scelta possibile ed ecco che il diritto allo smart working sancito dal Governo diventa un diritto per necessità. Rivoluzione a costo zero. “Finalmente”, sospira il sociologo Domenico De Masi, che al “telelavoro” – allora quando, come l’inglese, era assai meno diffuso, si chiamava così – ha dedicato ricerche, analisi e libri, il primo nel 1993. “Una battaglia persa per quarant’anni, poi è arrivato un pipistrello cinese e ha fatto tutto lui”, dice ridendo. In quella che chiama “rivoluzione vera e propria, alla quale però va affiancata la teledidattica”, De Masi vede più pro che contro – “anche se, certo, se hai una casa piccola e non vai d’accordo col partner è un bel problema”. Lo smart working, spiega il sociologo, contribuisce a risolvere l’emergenza da inquinamento climatico, aiuta le famiglie a riammagliare “un tessuto ora sbrindellato” e a far quadrare meglio i bilanci (basta pensare ai soldi risparmiati ogni giorno per spostarsi dalla casa all’ufficio e per la baby sitter), rivitalizza i quartieri, fa risparmiare le aziende, aumentando la produttività del 20% e riduce sensibilmente il numero degli incidenti – “i tre quarti dei quali avviene in orario lavorativo”, puntualizza De Masi. E insiste: “È una battaglia civile, una rivoluzione a costo zero, indolore e vantaggiosa per il lavoratore, l’azienda, la città e il Paese. Non si è fatta finora perché, per quella che io definisco, pensando all’ex presidente Usa e alla Lewinsky, “la sindrome di Clinton”, i capi vogliono tenere i dipendenti nell’ufficio a fianco, a portata di mano. Questi ultimi mesi hanno evidenziato le straordinarie potenzialità del lavoro agile, finalmente cominciano ad accorgersene anche i sindacati. Pensi che rivoluzione sarebbe nella burocrazia, nella Pubblica amministrazione, si romperebbe il blocco antiquato che ritarda il Paese. Insomma – conclude De Masi – bisogna proseguire sulla strada intrapresa”. La crisi scatenata dal Covid-19 ha fatto aumentare in misura esponenziale gli smart workers: l’Osservatorio del Politecnico di Milano che prima del lockdown ne contava 570.000 ora ne registra oltre 8 milioni. Trasformazione Airbnb. Il lavoro agile sta trasformando anche l’universo Airbnb – profondamente segnato dalla crisi, solo a Roma è stato cancellato il 90% delle prenotazioni turistiche – e c’è chi, come la startupper Roberta D’Onofrio, ha pensato di convertire le case vacanza in luoghi per smart working. Quindici giorni fa è partito “bnbworkingspaces.it”, un portale dal quale sarà possibile scegliere, in un primo momento a Roma e poi nel resto d’Italia, l’appartamento di fascia medio alta che fa al proprio caso per lavorare in modalità smart. Le richieste da parte di proprietari che intendono mettere a disposizione i loro appartamenti – “fittati a prezzi più bassi degli uffici” – stanno, “ne riceviamo da 40 a 50 al giorno e stiamo selezionando – spiega D’Onofrio ad HuffPost – non ci rivolgiamo solo alla mamma lavoratrice in cerca di spazi dove isolarsi, magari un paio di giorni alla settimana, ma pure al manager che ha un suo team di lavoro, al libero professionista, alla piccola azienda che cerca spazi alternativi rispetto ai coworking”. E le garanzie?Insomma, il modello del lavoro agile si sta imponendo e si avvia a modificare il contesto socioeconomico del nostro Paese, già assai colpito dall’emergenza Covid. I cambiamenti riguarderanno la struttura economica ma anche il rapporto tra vita e lavoro. E allora, oltre al riconoscimento di un diritto per necessità, bisognerà rivedere garanzie e leggi per gli smart workers. Allora sì, potremo dire in maniera più compiuta e convinta: finalmente.